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Aituzza, bedda Aituzza

Il fercolo di Sant’Agata

A Catania il culto di Aituzza è qualcosa di tremendamente serio. Aituzza è Sant’Agata, la patrona di una città che, come un’equilibrista alle prime armi, nei giorni delle celebrazioni è sempre in bilico tra paganesimo e religione. Sul calendario il giorno della Festa è il 5 febbraio, ma il fercolo con il busto di Aituzza (nella foto a fianco) fa la sua “uscita” dalla Cattedrale all’alba del 4 e il pesante portone in legno della stessa si richiude sul simulacro non prima della mattina del 6. La città, però, è in gran fermento già dal 3 febbraio con la passerella delle carrozze di fattura settecentesca sulla quale i “notabili” cittadini fanno un breve giro in centro città. E, sin dalla metà di gennaio, non è difficile imbattersi nelle cannalore, cerei votivi che si muovono con la classica annacata.

Per i catanesi, atei compresi, non c’è nulla di più importante di Sant’Aita. Agata non è soltanto religione. È anche culto laico, appartenenza viscerale, icona identitaria. Per Sant’Aituzza i catanesi sono disposti a tutto. Gli atei ad affrontare la moltitudine umana che si riversa in strada. I devoti a indossare u saccu, un lungo abito bianco con berretto nero e guantini bianchi da agitare al vento legato alla leggenda che vuole i cittadini, svegliati in piena notte, correre fuori in camicia da notte per cercare di salvare Agata dal rogo voluto dal proconsole romano Quinziano furioso perché la giovinetta non gli si era concessa. Così abbigliati, in migliaia trainano per due giorni il fercolo (per tutti affettuosamente vara) sul quale è issato il busto della Martire rimanendo attaccati al lungo cordone anche a rischio della vita. E non è un eufemismo, perché nel 2004 c’è scappato pure il morto, un devoto travolto durante la corsa a perdifiato del fercolo lungo la ripida acchianata ri San Giuliano, o salita di San Giuliano, uno dei momenti più suggestivi della Festa insieme alla “cantata delle Clarisse” che, poco dopo, risuona dall’interno del convento di clausura della barocca via dei Crociferi azzittendo surrealmente, solitamente allo spuntar dell’alba, chiunque sia nei dintorni. Peccato che dinamiche che non sto qui a raccontare negli ultimi anni hanno ritardato il momento rendendolo molto meno magico.

I più devoti fra i devoti, quelli cui la Martire avrebbe esaudito le preghiere, si riconoscono dagli enormi ceri votivi accesi caricati sulle spalle. Camminano guardando in basso curvati dalla fatica del peso fisico del voto, attenti a non mettere il piede in fallo e scivolare sulle strade rese viscide dalla cera disciolta da chi li ha preceduti. Sul volto sorrisi lievi trasformati dalla fatica in smorfie di dolore.

Incuranti di tutto ciò che accade loro intorno, i devoti gridano la loro fede al cielo. L’ammaliante cantilena,“Cittadini, cittadini… Semu tutti devoti tutti. Cittadini, viva Sant’Aita”, è intonata alla stregua della decantazione della merce da parte dei venditori dei due mercati storici della città, la “Fera o’ luni” e la “Piscaria”. E riempie l’aria già pregna del profumo delle mandorle rimestate con lo zucchero con cui i venditori ambulanti preparano il torrone (che, però, è solo un croccante), uno dei simboli gastronomici della festa insieme con le olivette, bocconcini di pasta di mandorla colorata di verde a forma di olive che possono essere anche ricoperte di cioccolato, e le cassatelle di Sant’Agata, o meno prosaicamente minnuzzi ri sant’Aita o ri virgini, dolcetti di forma semicilindrica con pan di Spagna e crema di ricotta ricoperti di ghiaccia e sormontati da una ciliegia candita simulante un capezzolo. Si racconta che ad Agata durante il martirio sarebbero state strappate le mammelle, ricomparse poi il mattino dopo per intercessione divina. Per questo sarebbero da mangiare a due a due: io, nonostante la mia golosità, non sono mai riuscita ad andare oltre la prima.

Il fercolo in processione

Dal punto di vista del folclore non c’è dubbio: visitare Catania nei giorni della Festa di Sant’Agata è un’esperienza segnante. A patto, però, che non soffriate di agorafobia o di demofobia. Si dice, infatti, che la festa sia la terza più affollata al mondo dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Guzco in Perù. Ben conscia che nessuno abbia mai fatto una reale verifica, non faccio fatica a crederci. La sensazione che si prova immergendosi nella fiumana di gente che invade le strade al passaggio della vara è straniante. Come durante un’alluvione si fluttua spinti dalla folla verso un punto indefinito.

Ricordo ancora la mia prima volta tra quella folla: avrò avuto 7 o 8 anni, la mano stretta in quella di papà che mi faceva scudo col suo corpo che allora mi sembrava enorme, lo sbalordimento di spostarmi quasi senza muovere i piedi. E subito dopo la paura. Stipata come un’acciuga salata in un barile di legno, senza alcuna possibilità di movimento, ho guardato un tizzone ardente, residuo di un fuoco d’artificio, scendere dondolando fino a posarsi sulla testa di mia sorella. Ho rammentato a lungo l’odore acre di capelli bruciati che, però, non è riuscito a tenermi lontana dal fascino ancestrale alimentato dalle viscere come “mamma” Etna, per tutti a’ Muntagna. A quest’ultima si riconduce una delle leggende più ricorrenti del culto agatino legata al velo rosso che, secondo la credenza, avrebbe il potere di arrestare la lava. Indossato dalla giovane Agata durante il martirio è stato più volte portato in processione davanti a colate arrivate a lambire le città minacciando le abitazioni.

E poi ci sono gli immancabili fuochi d’artificio . Esplodono in onore alla Santa secondo una precisa programmazione. Immancabili quelli di piazza Duomo la sera del 3 febbraio, u focu da sira ‘o tri; del 4 a Villa Pacini dopo la messa dell’Alba per salutare la prima uscita del fercolo e la sera in piazza Palestro, u focu do Futtino; del 5 pomeriggio ancora in piazza Duomo all’uscita del fercolo e, dulcis in fundo, quelli più attesi, in piazza Cavour, u focu do Burgu, citati anche in Passau a’ cannalora anche dal cantautore Mario Venuti nell’unico (mi pare) suo pezzo in siciliano, una preghiera laica a Sant’Aituzza affinché restituisca a Catania l’antico splendore.

Aituzza, bedda Aituzza

Se ‘a vita è ‘na iangata, tu fanni ‘na carizza

E tonna a dari ancora a ‘sta città

‘Na ‘nticchia di la to ricchizza

Sull'autore

Mariella Caruso

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