Storie, persone e fenomeni da osservare

Mariella Caruso
A sette anni sapevo già cosa volevo fare da grande. L’ho scritto in un tema di terza elementare: volevo fare la giornalista e intervistare Andreotti e Berlinguer. Non ho mai intervistato né l’uno né l’altro.
Sul resto, invece, sono stata piuttosto ostinata. In realtà con i giornali avevo cominciato ancora prima. A quattro anni ho imparato a leggere quasi da sola perché volevo capire cosa ci fosse scritto sopra. Racconta mia mamma che in pochi credessero che sapessi farlo davvero. Posso anche capirli: una bambina di quattro anni interessata al giornale non è proprio la norma.
Tutto questo succedeva a Catania, dove sono nata e dove è cominciata la mia storia.
A 17 anni mi sono diplomata e ho cominciato a lavorare come ragioniera. Tre anni dopo, poi, ho cominciato a inseguire il giornalismo. Prima la radio, poi un quotidiano. Per un bel po’ ho fatto entrambi i lavori. La giornata cominciava nella redazione di Espresso Sera, quotidiano del pomeriggio. Poi andavo in ufficio. E la sera tornavo in redazione. Non ricordo di aver considerato la cosa particolarmente strana. Probabilmente avevo vent’anni, e a vent’anni si fanno cose inimmaginabili. A un certo punto, però, ho scelto il giornalismo.
Per molti anni il mio mondo giornalistico è stato quello del volley. Sono cresciuta professionalmente nei palazzetti, dove ho imparato tanto, non solo del campo. Poi ho allargato il campo anche alla cronaca. Quella fatta andando nei posti, consumando scarpe.
Tutto questo fino a settembre 2002, quando la mia vita si è spostata a Milano. E lì ho ricominciato da capo. Lavorativamente è stato uno shock. Non conoscevo un giornalista, non conoscevo il territorio, non avevo fonti né contatti, non ero più giovane e tutto quello che avevo costruito negli anni precedenti era rimasto in Sicilia. Scoprii abbastanza in fretta che una giornalista di provincia a Milano non valeva quasi nulla. Nel frattempo, però, avevo fatto gli esami di Stato diventando «giornalista professionista». Insomma, mentre a Milano ricominciavo praticamente da zero, sulla carta facevo un salto in avanti.
A Milano ho cominciato a scrivere per l’agenzia Italpress, con cui collaboro ancora oggi. E ho continuato anche a scrivere per La Sicilia. Da Milano, però, erano cambiati gli argomenti. Niente più cronaca, ma televisione, musica, spettacolo e tante storie siciliane che trovavo lontano da casa. E anche l’amata pallavolo: in quegli anni mi sono occupata della sala stampa degli eventi internazionali organizzati in Italia dalla Federvolley e ho scritto per Corriere dello Sport, Volleyball.it e Pallavolo Supervolley.
Negli anni, poi, mi sono occupata di argomenti diversi, porte e finestre comprese (e non scherzo). Alcune collaborazioni sono durate poco, altre molto di più. Alcuni argomenti li ho amati, altri un po’ meno, ma non per questo li ho sottovalutati.
Dal giorno in cui a 16 anni scoprii il gusto del gelo di gelsomino, ho continuato ad assaggiare. E ho cucinato tanto. Ho seguito il Salone del Gusto dalle prime edizioni, scrivendone su La Sicilia. Poi, come succede spesso in questo mestiere, una cosa ne ha portata un’altra. Ho cominciato a scrivere per Identità Golose e, via via, per altre testate del settore. Il cibo ha finito per occupare una parte sempre più grande del mio tempo. Senza mai essere soltanto lavoro.
Ho frequentato un corso professionale di pasticceria e i tre livelli AIS. Non sono diventata pasticciera né sommelier, ma mettere le mani in un impasto e sapere cosa c’è dentro un bicchiere mi interessa almeno quanto farmelo raccontare.
Al giornalismo ho affiancato anche la comunicazione. Oggi lavoro soprattutto nel mondo del food, con aziende e professionisti. È un mestiere diverso, che mi ha fatto conoscere lo stesso mondo da un altro punto di vista.
Milano, intanto, è diventata casa. Ci vivo da abbastanza tempo da non potermi più raccontare semplicemente come «una siciliana a Milano». La Sicilia resta casa anche quando sono lontana. Milano lo è diventata. Ho rinunciato a stabilire in quali proporzioni, ma non ho mai voluto abbandonare la mia cadenza.
Mi piace anche viaggiare, andare a teatro, ascoltare musica e non rinuncerei mai a un Festival di Sanremo. Mi piace scoprire luoghi, parlare con le persone e imparare cose che non so. E continuo a studiare e ad aggiornarmi, anche sul mio mestiere. Un po’ con i corsi, molto per conto mio: quando qualcosa di nuovo mi incuriosisce, di solito comincio a smanettare finché non capisco come funziona. Il tempo per approfondire tutto quello che vorrei, invece, non l’ho ancora trovato.
Mi annoio facilmente. Non è sempre comodissimo, ma probabilmente spiega parecchie cose.
Questo sito, nella sua nuova versione, va online il giorno in cui compio sessant’anni. Un’età alla quale, secondo qualche convenzione che devo essermi persa, si dovrebbe cominciare a pensare di riposarsi. Io invece rifaccio un sito, continuo a studiare, a cercare storie e a cominciare cose nuove.
E continuo a leggere. Giornali, libri, il web, qualsiasi cosa mi capiti a tiro. A quattro anni volevo capire cosa ci fosse scritto sul giornale. Oggi leggo per cercare di capire il mondo e, a mia volta, ambisco a farmi leggere.