
La controprogrammazione nasce come strumento dei palinsesti televisivi. Serve a difendere una fascia, a contenere la concorrenza, a limitare i danni sul piano degli ascolti tv. Negli ultimi anni, però, sempre più spesso è diventata un fine. E quando succede, il rischio è uno: sacrificare programmi che funzionano.
Controprogrammazione e ascolti tv: un meccanismo sempre più ricorrente
Succede sempre più spesso. Un titolo solido, che in una determinata serata ha trovato il suo pubblico, viene spostato in un contesto più competitivo per reggere uno scontro diretto. Il risultato è quasi sempre lo stesso: una perdita di share, anche di tre, quattro, cinque punti. Non perché il programma smetta di piacere, ma perché cambia il campo di gioco.
«The Voice Kids» e lo spostamento al sabato sera
The Voice Kids è un caso esemplare. Nelle prime edizioni, in onda al venerdì, aveva costruito una curva stabile, con ascolti sopra il 22% e un pubblico fidelizzato. Spostarlo al sabato, in contrapposizione con C’è posta per te, ha significato accettare in partenza che quella stabilità fosse messa sotto pressione.
Antonella Clerici me lo ha detto senza peli sulla lingua durante un’intervista pubblicata su Telesette:
The Voice Kids rimane sempre lo stesso, cambia solo il giorno di programmazione. Ci hanno chiesto di occupare il sabato posizionandoci contro C’è posta per te, perché ritengono The Voice Kids un programma di valore.
Palinsesti televisivi, quando la controprogrammazione diventa fragilità
È in questi casi che la controprogrammazione mostra il suo lato più fragile. Usa il valore di un programma come argine, sapendo che questo ne ridurrà la resa. Il titolo resta forte, ma i numeri si assottigliano. E nel racconto pubblico quegli ascolti diventano il metro con cui il programma viene giudicato.
Chi va in onda continua a essere il volto visibile di decisioni prese altrove, mentre il sistema misura il risultato senza interrogarsi fino in fondo sulle condizioni in cui quel risultato è stato prodotto.
Clerici non lo nasconde:
Io penso di perdere, ma che lo farò con onore. […] Tante volte si pensa che noi conduttori decidiamo tutto, ma in realtà non decidiamo assolutamente niente.
È un passaggio che tocca un nodo spesso rimosso dal racconto sugli ascolti televisivi: chi va in onda non decide dove va in onda. Eppure è su chi va in onda che ricade il giudizio pubblico, quando i numeri scendono.
Palinsesti televisivi e identità dei programmi
La controprogrammazione spinta produce proprio questo effetto. Trasforma un programma affidabile in un programma che «soffre la concorrenza». Cambia la percezione prima ancora dei dati. E nel lungo periodo logora l’identità dei titoli, che smettono di essere riconoscibili per la loro collocazione nel palinsesto.
La competizione non è individuale, è strutturale. Ed è qui che la controprogrammazione, da strumento tattico, diventa un problema strategico. Perché se il valore di un programma viene misurato soprattutto nel punto in cui rende meno, la televisione smette di costruire percorsi e inizia a spostare pedine.
«La Ruota della Fortuna» e una strategia opposta
Nel caso de La Ruota della Fortuna, la strategia è stata opposta. Il game show condotto da Gerry Scotti su Canale 5 è partito in anticipo rispetto alle grandi ripartenze di stagione e ha avuto il tempo di costruirsi un pubblico.
Quando Affari tuoi, guidato da Stefano De Martino su Rai 1, è tornato in onda, La Ruota della Fortuna viaggiava già stabilmente tra il 24 e il 26% di share, spesso sopra i cinque milioni di spettatori, riuscendo a reggere — e in diverse serate a superare — il programma concorrente. Non uno scontro usato come prova di forza, ma un posizionamento che ha trasformato la concorrenza in abitudine.
In questo caso è stato scelto di anticipare, non di controprogrammare frontalmente.
Non sacrificare un titolo forte per tappare un buco, ma accompagnarlo fino a renderlo familiare.
Costruire pubblico invece di usarlo come scudo
Questo tipo di strategia fa una cosa che la controprogrammazione spinta spesso dimentica: protegge i programmi. Li mette nelle condizioni di rendere, invece di usarli come scudi.
Messo accanto al caso The Voice Kids, il confronto è istruttivo. Da una parte un programma solido spostato in una serata strutturalmente ostile, dall’altra un titolo che si prende il tempo di costruire il pubblico per reggere quando arriva il competitor più forte.
E forse è da qui che le reti dovrebbero ripartire, se si vuole smettere di chiamare «sfide» quelle che, in realtà, sono sacrifici programmati.