Blog Storie di Sicilia

Giniusa, un racconto siciliano

Giniusa, ciaurusa, zuccarata. Echi lontani di parole antiche risuonano come note di melodie dolcissime nella mente illuminata da ricordi così vividi da sembrare appartenere a un passato appena trascorso. Invece no, quei ricordi appartengono a tempi lontani. E non sono nemmeno del tutto miei. Sono legati a mia nonna: 97 anni di vita vissuta da protofemminista in una Catania d’altri tempi. Giniusa, ciaurusa, zuccarata erano gli aggettivi con cui lei, vedova appena da qualche mese, apostrofava mia figlia da poco arrivata al mondo. Non so se avesse mai riservato alcuni di quei dolcissimi aggettivi a me o agli altri nipoti. A dire il vero ne dubito fortemente. La nonna non era il tipo da lasciarsi andare a sentimentalismi. Questi ultimi erano dedicati tutti al nonno, il suo grande e (quasi) unico amore. Per lui aveva sfidato i perbenisti, le convenzioni e abbattuto qualunque ostacolo.

In Sicilia negli anni 30 del secolo scorso se a vent’anni non avevi ancora preso marito eri ormai quasi una zitella dichiarata. E la nonna, complice una delusione d’amore che oggi sarebbe liquidata frettolosamente come pulsione adolescenziale, a vent’anni era ancora una ragazza da marito che teneva lontani i corteggiatori. Che c’erano, eccome se c’erano. La nonna era davvero molto bella: occhi grandi ed espressivi, sorriso aperto pronto ad ammaliare tutti i giovanotti di Barriera del Bosco. Era lì che viveva da ragazza con la mamma, vedova di guerra, e i tre fratelli più grandi di lei, ed è lì che tornò a vivere, negli anni 80, quando il quartiere ormai completamente urbanizzato era diventato irriconoscibile ai suoi occhi.

Agli inizi del secolo scorso, Barriera del Bosco era una zona di villeggiatura per le famiglie della Catania bene che ci andavano per respirare meglio e ammirare l’Etna. Tra le altre residenze c’era (e c’è ancora) Villa Iole Pantò, fino al 1937 abitazione di Angelo Musco. Tutti sapevano che in quella casa viveva l’attore ammirato in tutta Italia. Lo sapeva anche la nonna. E lei, come gli altri barrioti, era orgogliosa di quell’illustre catanese che aveva scelto Barriera del Bosco per vivere. Ma se la vita dei notabili in villeggiatura si svolgeva per la maggior parte nelle loro belle case, il fulcro della vita della gente comune di Barriera del Bosco era la parrocchia, quella di Santa Maria del Carmelo alla Barriera, a Maronna o’ Cammunu.

In quella Parrocchia a metà strada tra il Tondo Gioeni, che senza i palazzoni cresciuti disordinatamente negli anni 50-60 era ancora una finestra aperta con la Muntagna a fare da sfondo, e a’ bbiviratura, l’antico abbeveratorio, la nonna trascorreva molto tempo facendo, sovente, arrabbiare il prete che l’avrebbe voluta più remissiva. Come quella volta in cui nel giorno della gita parrocchiale in calesse si presentò con la gonna lunga imposta a tutte le ragazze… per poi tirarla su con un laccio facendola arrivare fin sopra il ginocchio scatenando così i pettegolezzi. E pure i rimproveri del povero prete incapace, come del resto gli altri della famiglia, di assoggettarla a quelli che erano i modi del tempo. Il racconto della gonna tirata su alla passeggiata parrocchiale era tra i preferiti di nonna. La ricordo ridere di gusto quando lo narrava con l’aria furba di chi sapeva perfettamente ciò che voleva.E anche quando arrivò lui, il nonno, capì subito di aver trovato la propria anima gemella.

«Era giniusu», attaccava quando noi nipoti la pregavamo di raccontare per l’ennesima volta la storia del loro amore. Ad attirarla in quella sala da ballo in via Umberto dove si conobbero furono i baffetti, i modi gentili e risoluti, e l’interesse nei suoi confronti. Non tutto, però, era semplice come appariva. Il nonno era nato nel 1917, due anni dopo colei che, molto avventurosamente, il 13 febbraio 1941 sarebbe diventata sua moglie. Due anni che oggi farebbero sorridere, ma nel 1940 erano considerati un muro invalicabile. Per qualcuno, addirittura, la pietra dello scandalo. Le versioni accreditate dalle famiglie dei due innamorati erano diverse. Nella prima la maliarda, ormai non più in età da marito, irretiva il giovane uomo. Nella seconda il giovane uomo non sarebbe stato certamente in grado di prendersi cura della ragazza come avrebbe potuto fare un uomo più maturo. Inutile dire che la prima versione era utilizzata dalla mamma del nonno, altra donna tutta d’un pezzo capace di tenere testa al marito musicista che faceva la spola tra l’Italia e l’America con mandolino al seguito. La seconda, invece, dai bellicosi tre fratelli della nonna che non vedevano di buon occhio quel corteggiatore poco più che ventenne che non indossava ancora la divisa da sottufficiale. Ma nessuno di loro aveva messo in conto la volontà, ferrea, dei due.

Nonno e nonna comunicavano per lettera. Lui scriveva dal Nord Est, dove prestava servizio. Lei rispondeva da Catania. Intorno a loro la guerra. Aspettavano che finisse per potersi sposare. Un giorno, però, i fratelli di nonna decisero che per lei era tempo di prendere subito marito e cominciarono la loro ricerca. Questo scrisse nonna nella lettera che attraversò l’Italia alla fine degli anni 40. «A mali estremi, estremi rimedi», decise il nonno. E i rimedi, estremi lo furono davvero. Il nonno prese carta e penna e scrisse a sua madre. Con piglio deciso le spiegò che la «sua» donna, quella che amava e che aveva già posseduto carnalmente, stava per essere costretta a un fidanzamento non voluto. Per questo, in attesa della sua prima licenza, chiese alla madre di sostituirsi a lui e portare la nonna a vivere sotto il suo tetto. Che il nonno e la nonna si fossero già amati era una grossa bugia, ma a saperlo erano solo loro. E a loro importava soltanto poter vivere insieme. Così la nonna subì senza colpo ferire l’onta di essere considerata una donna facile.

Lasciò Barriera del Bosco e si trasferì a Catania, in piazza Gandolfo, a due passi dal Passiatore, la strada che ancora oggi collega la Stazione Centrale agli Archi della Marina, dove in un antico palazzo affacciato sulla piazza viveva la famiglia del nonno. Quando la licenza arrivò nonno e nonna si sposarono, senza festeggiamenti. Era il febbraio 1941. A dicembre di quello stesso anno diventarono genitori della prima di quattro figli, tre femmine e un maschio. La nonna viaggiò molto, seguì il nonno nel Nord Italia e, poi, a guerra finita quando il nonno cominciò a lavorare nei cantieri edili siciliani lo seguì a Sciacca nell’Agrigentino, a Piazza Armerina nell’Ennese, a Sommatino nel Nisseno e dovunque lui andasse. Me li sono sempre immaginati a cavallo della motocicletta del nonno mentre viaggiavano tra Catania e i paesini in cui il nonno lavorava. Perché sopra a tutto, anche ai figli, c’erano sempre e solo loro due. Dove c’era l’uno, c’era l’altra.

Li ricordo ancora, da anziani, mano nella mano, a guardare la tivù nella loro piccola casa di Barriera del Bosco dove, per gli strani giri del destino dopo alcuni decenni trascorsi a Picanello, andarono a vivere nel 1982 seguendo i traslochi delle figlie. Lì, dove la storia era cominciata, un giorno del 1993 finì con l’addio improvviso del nonno in un giorno d’inizio ottobre. Qualche tempo dopo la nonna ritrovò il sorriso tenendo tra le braccia mia figlia, per lei giniusa, ciaurusa, zuccarata. Un legame fortissimo che nemmeno il commiato da questo mondo della nonna ha interrotto.

Oggi la giniusa di famiglia è una pro-pro-nipote che come lei porta il nome di Rosa.

Giniusa, un racconto siciliano di Mariella Caruso

Giniusa, un racconto siciliano ultima modifica: 2020-05-04T21:50:43+02:00 da Mariella Caruso

Pubblicato il 04-05-2020  

Sull'autore

Mariella Caruso

Giornalista professionista per il settimanale Telesette, mamma e nonna. Vado in giro, incontro gente e qui racconto di me, del cibo che assaggio e cucino, della gente che incontro e della mia Sicilia

2 commenti

  • Bellissimo. È sempre bello il ricordo indelebile che lasciano i nonni. Ed è ancora più bello sapere che le loro vite non finiscono mai finché ci sarà qualcuno in grado di tramandarne l’eredità.

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