Quando ne ho scritto, nel giugno 2025, House of Made in Italy stava per aprire le porte nella sede della Columbus Citizens Foundation, nell’Upper East Side di New York. Il progetto aveva davanti più di un anno per provare a fare quello che Alessandro Schiatti mi aveva raccontato nell’intervista: parlare dell’Italia agli americani senza trasformare il Made in Italy in una semplice vetrina di prodotti.
Quel percorso si è concluso nel luglio 2026. In un anno, in quella «House» sono passati incontri dedicati alle filiere e ai territori, degustazioni, masterclass sul caffè, sul pomodoro, sulla pizza e sull’aceto balsamico, fino ad appuntamenti che hanno usato anche sport e cultura come terreno di relazione tra Italia e Stati Uniti.
Rilette oggi, le parole di Schiatti non raccontano più un progetto che deve cominciare, ma l’idea da cui è partito e permettono di confrontarla con ciò che, nel frattempo, è stato realizzato. E Alessandro Schiatti, dal canto suo, continua a lavorare sulla promozione del cibo italiano con I Love Italian Food.

Un anno per raccontare New York
«Non vogliamo fare la solita cosa per il solito circolo di italiani all’estero. Questa casa deve essere un luogo dove l’Italia parla all’America e al mondo, non all’Italia», dice Schiatti.
Come nasce il progetto House of Made in Italy per promuovere il Made in Italy a New York?
«Dall’incontro fra un’idea e un’opportunità. L’idea è quella di raccontare meglio il Made in Italy, l’opportunità è arrivata dalla Columbus Citizens Foundation, che ci ha messo a disposizione la sua sede, e dai Mondiali 2026 che daranno visibilità. Abbiamo scelto di partire un anno prima, non due mesi prima come spesso accade. Così avremo il tempo di costruire qualcosa di vero».
Perché scegliere una casa e non una fiera per raccontare il Made in Italy all’estero?
«Perché non vogliamo fare la solita cosa per il solito circolo di italiani all’estero. Questa casa deve essere un luogo dove l’Italia parla all’America e al mondo, non all’Italia. Non promuoviamo prodotti, ma diffondiamo cultura. Il Made in Italy non è un brand vuoto: dietro ci sono territori, biodiversità, filiere. E tutto questo va spiegato, perché spesso chi sta fuori non ha gli strumenti per capire».
Costruire relazioni, non una vetrina
Chi può partecipare agli eventi di House of Made in Italy?
«Organizzeremo circa trenta eventi nell’arco dell’anno, rivolti principalmente a professionisti del settore: buyer, giornalisti, chef, stakeholder. Ma siamo aperti a costruire insieme: chi ha contenuti da proporre può scriverci. L’idea è fare sistema, creare relazioni, costruire valore condiviso».
Quali temi guideranno il racconto del Made in Italy nel 2025-2026?
«Sì, molti. Dalla dieta mediterranea al contrasto con il cibo ultraprocessato. Poi masterclass, talk sulla comunicazione dei prodotti italiani per il pubblico americano, giornate dedicate alle filiere. Ci sarà anche un campionato dei vini tra Italia e Stati Uniti, e momenti più ludici, come sfide tra scuole di cucina locali che si cimenteranno con le nostre paste più iconiche».
In che modo sono coinvolti i brand italiani nel progetto?
«Sostengono il progetto, ma non hanno una presenza promozionale. Se parliamo di pizza, invitiamo i pizzaioli che riteniamo più capaci di raccontarla, non quelli legati a un marchio. Le aziende che partecipano ci permettono di realizzare l’iniziativa, ma non ne condizionano i contenuti».
Perché la Columbus Citizens Foundation è il luogo ideale per ospitare House of Made in Italy?
«È un luogo simbolico, legato alla storia della comunità italoamericana, ma che oggi si apre a una nuova generazione di relazioni e di scambi. Non c’è nostalgia, c’è voglia di costruire. House of Made in Italy vuole essere la prima casa davvero aperta a tutti: professionisti, aziende, territori, ambasciatori culturali. Non ci interessa replicare modelli chiusi. Vogliamo costruire connessioni».
Quello che deve restare
Qual è l’obiettivo di lungo termine del progetto House of Made in Italy?
«Mi auguro che resti un modo diverso di raccontare il Made in Italy. Che non ci si limiti più a esportare prodotti, ma si esportino anche conoscenze, linguaggi, competenze. Che si smetta di pensare all’ultimo momento. Per una volta, abbiamo deciso di partire un anno prima».

