«Tutti i genitori sono convinti di avere un campione in casa e alla fine di ogni anno ce ne sono alcuni, da noi come nelle altre società, che portano via i propri ragazzi perché ambiscono ad altro – mi ha spiegato il presidente toscano in un’intervista per Pubblico -. Naturalmente non è così. Se un bambino è particolarmente dotato siamo noi stessi a indirizzarlo in società che possano valorizzarlo meglio. Tutti gli altri, invece, li facciamo giocare e crescere».
Da qui lo sfogo. «Se i genitori portano via i ragazzi impediscono a noi, come società, di crescere. E non mi si venga a dire che i ragazzi per giocare con noi devono pagare la quota. Noi non siamo una società professionistica, io faccio l’agente di commercio e qui faccio il presidente per spirito di volontariato. La quota annuale per frequentare la scuola calcio è di 260 euro e ci serve per le assicurazioni, per far partecipare i ragazzi ai tornei, ai campionati, a costruire per loro un minimo di vita sociale necessario per la loro crescita».
Una crescita messa in discussione da quei genitori che nei propri figli vedono sempre quel certo ‘non so che’ che li distingue dagli altri o, molto più semplicemente, quell’occasione che non hanno avuto loro caricando bambini e ragazzini di responsabilità e aspettative che possono schiacciarli.

