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Lo sport è donna, ma che fatica fare anche la mamma

 

 

 

 

 

 

Donne e uomini sono uguali nello sport? Di sicuro fare sport ad alto livello per una donna, nel XXI secolo, è più semplice di quanto accadeva fino alla metà del XX secolo. Su quest’argomento mi sono trovata, più volte, ad avere a che fare negli ultimi mesi. Prima alla presentazione della mostra ‘Donna è Sport nell’Unità d’Italia‘ organizzata dalla Gazzetta dello Sport al Museo del Risorgimento, poi scrivendo di donne sportive e maternità in chiave siciliana: compiuta come quella della pallanotista Giusi Malato esonerata dal suo ruolo di tecnico dell’Orizzonte a due mesi dalla nascita di Diego («Una ferita che rimarrà sempre aperta nella mia vita»), rifiutata per scelta dalla pallavolista Donatella Pizzo figlia di Liliana, mamma sportiva ante literam e da poco nonna del campione del mondo di spada individuale Paolo Pizzo, in fase di valutazione dalla giovane pesista Genni Pagliaro. Infine sentendone parlare durante il convegno ‘Donna e Sport… Mamma e Sport‘ (nella foto le partecipanti) organizzato dal Coni Lombardia.
Intanto basta qualche dato per raccontare, in cifre, la crescita dello sport femminile in Italia. Alle Olimpiadi di Roma del 1960 la pattuglia italiana ai Giochi Olimpici era formata da 280 atleti: 246 uomini e 34 donne. Delle trentasei medaglie conquistate solo due, di bronzo, furono femminili. A Pechino 2008, le italiane in gara erano 130 su 333 azzurri. Delle 27 medaglie conquistate dall’Italia, 10 sono state quelle femminili. 
Indubbiamente fare sport, ad ogni livello, non è ancora facile per le donne, costrette spesso a scendere a patti con il desiderio di maternità. I problemi, infatti, non riguardano soltanto il periodo legato alla gestazione, e quello strettamente successivo, necessario per il recupero delle condizioni fisiche. Anche se a smentire i luoghi comuni sulla maternità sportivamente invalidante basterebbe citare Josefa Idem, mamma di Janek e JonasValentina Vezzali, mamma di Pietro, e Giovanna Trillini, mamma di Claudia e Giovanni; la pallavolista Simona Gioli, soprannominata ‘mamma-fast’ alla quale la nascita di Gabriele non ha impedito di continuare a vincere, diventare mamme viene considerato – a torto o a ragione – un impedimento in senso generale nel cammino di un’atleta.
Il percorso delle atlete, come quello degli atleti, è frutto di disciplina e fatica, anche quando deve coniugare l’impegno sportivo con quello scolastico. Sara Bertolasi e Claudia Wurzel, campionesse di canottaggio, già qualificate per Londra 2012 oltre ad allenarsi sono iscritte anche all’Università. «Il segreto è amministrare e sfruttare al massimo in tempo. Impegnarsi il più possibile nei 120 minuti di allenamento in barca e poi studiare nell’ora di pausa dopo pranzo – ha raccontato Bertolasi intervenendo al convegno ‘Donna e Sport… Mamma e Sport -. Ma fare l’Università è molto più facile che fare la mamma e mi rendo conto che oggi, da atleta, sto beneficiando di una situazione per cui quelle che sono venute prima di me hanno lottato».
«Mi è capitato di vedere atlete di altre nazioni, durante i mondiali, che si portavano dietro i propri figli, nonostante tutta la tensione che circonda le competizioni – le ha fatto eco Wurzel -. Finivano la gara e correvano ad abbracciarli, ancora tutte sudate. Ho chiesto come facessero e mi hanno raccontato che servono genitori o tate che diano una mano. Ci vuole certamente dell’aiuto per gestire una situazione del genere».
Anche Anna Maria Marasi, ex capitano della Nazionale Italiana Pallavolo femminile, è riuscita per alcuni anni ad essere una campionessa mamma: «Sono rimasta incinta a 27 anni e il mio bambino è diventato una parte della squadra, uno dei problemi che tutte insieme dovevamo gestire. A 8 mesi lo portavamo in trasferta e ha camminato per la prima volta nel palazzetto di Firenze, mentre noi eravamo nello spogliatoio – ha ricordato -. Le mie compagne di squadra sono state molto collaborative e io ho continuato a giocare, pur con varie difficoltà. Poi, quando il bimbo aveva due anni e mezzo, ho deciso che era ora che mi dedicassi a lui».

Barbara Guzzetti, campionessa italiana in carica di bocce nella specialità della raffa, ha una figlia di 18 mesi, ma allo sport non rinuncia: «La mia bimba già scorrazza nei campi di bocce e penso a quando un giorno anche lei giocherà. D’altra parte, anch’io ho ereditato questa passione dai miei genitori».

Una delle soddisfazioni più grandi per le atlete, oltre a premi e medaglie, rimane proprio quella di trasmettere ai propri figli l’amore per lo sport, ha testimoniato l’ex campionessa di fioretto Diana Bianchedi«Ho avuto tutto dallo sport, ma dopo il quinto campionato del mondo ho detto basta. Ora piango alle gare di mia figlia perché rivedo in lei quella gioia che solo lo sport ti sa dare e non importa se non sono le Olimpiadi».
(Con la collaborazione di Barbara Visentin)

Lo sport è donna, ma che fatica fare anche la mamma ultima modifica: 2011-12-13T23:22:00+00:00 da Mariella Caruso

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Mariella Caruso

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