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Rivera e il flop azzurro: «Cambiare il presidente Abete non serve»


Mentre in Francia, stato notoriamente affezionato alla ghigliottina, cadono le teste a partire da quella del presidente della Federcalcio d’Oltralpe Jean-Pierre Escalettes che ha rassegnato le proprie dimissione dopo la debacle dei Blue, in Italia si discetta su quanto possa servire un cambio politico al vertice del calcio. Non senza prima essersi domandati se quello sudafricano possa essere considerato un fallimento solo tecnico o anche politico.

«Quando si sbaglia c’è sempre un concorso di colpa – afferma l’ex Golden Boy del calcio italiano, Gianni Rivera – Ma la bilancia pende di più dalla parte tecnica visto che nello spogliatoio coi giocatori va l’allenatore». Ragion per cui, secondo uno che di disfatte (legassi Mondiale 1966) conserva un ricordo importante, «chiedere le dimissioni di Giancarlo Abete, che alla fine sta facendo pure bene, non cambierebbe molto».

Se in assoluto, infatti, «il cambio al vertice federale puntando su un “uomo di calcio” potrebbe essere auspicabile», continua Rivera, «oggi non mi pare ci siano né le condizioni, né tanto meno la voglia di un tale cambiamento. E poi Abete non è mica un politico, è soltanto un imprenditore». Neppure in presenza di una mobilitazione di massa della base del movimento calcistico italiano. «La base non ha alcun potere – replica sornione il calciatore diventato politico – Notoriamente, anche se non sembra, i presidenti della Federazione sono sempre stati scelti dalla Lega Calcio che, in Italia, rappresenta il movimento delle società». E cambierebbe poco anche in presenza di un uomo di calcio di una certa levatura.

«Per arrivare ai vertici della Federcalcio non bisogna essere maturi ma essere accettati da coloro che decidono», continua Rivera chiarendo il suo pensiero. «È vero che ogni tanto qualche anello della catena può rompersi ma questo – argomenta ancora Riveranon impedisce all’ingranaggio principale di continuare a funzionare perfettamente. L’importante è non disturbare i manovratori, che sono più di uno».

Tecnicamente, invece, il manovratore è sempre uno: il ct scelto dalla Federcalcio che, dall’1 luglio prossimo, risponde al nome di Cesare Prandelli. «Gli allenatori sono tutti uguali – dice Rivera – hanno tutti lo stesso valore. Quelle della Nazionale, per esempio, hanno a disposizione non più di una trentina di giocatori sui quali scegliere. Su di loro esiste una responsabilità enorme che, al contrario, dovrebbe essere ridimensionata. Provocatoriamente io dico che mi piacerebbe sapere se con Mourinho alla guida del Milan e Leonardo a quella dell’Inter il risultato del campionato sarebbe cambiato».

La risposta sottintesa è no. Non sarebbe cambiato molto perché ogni squadra è fatta di giocatori e non di allenatori. Il paradigma dirompente di questa situazione è Diego Armando Maradona. «Un allenatore come tanti altri, con la stessa conoscenza del calcio di tutti gli ex giocatori – conclude Rivera -. A questa, e ai giocatori che ha a disposizione, lui aggiunge soltanto un po’ di cinematografo e quella verve tutta argentina che gli è propria».

(pubblicato sui quotidiani del gruppo Epolis il 29 giugno 2009)

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Mariella Caruso

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