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“Mi chiamo James Blunt e sarò felice di stupirvi”


Piacere, mi chiamo James Blunt e non sono un cantautore malinconico”. Certo non sarà facile per il 36enne inglese dalla faccia pulita e la ballata facile scrollarsi di dosso l’etichetta che il suo pubblico gli ha cucito addosso. Del resto Blunt è il cantautore di You’re beautiful, il tormentone per adolescenti e non solo che ho fatto conoscere in tutto il mondo, e di Same mistakes.

Due album e venti milioni di copie vendute in ogni angolo della terra compresa quella Ibiza che ha scelto come casa (“I motivi sono ovvi: il sole, la spiaggia, le feste”, confessa con un certo fare birichino che lo rende subito simpatico ), però, sembrano avergli dato la forza di “sentirsi finalmente libero di esprimere se stesso” raccontandosi da un altro punto di vista in Some kind of trouble, il suo terzo lavoro in uscita il prossimo 9 novembre che già dal titolo e dalla bambina lanciata in aria in copertina (“La foto è stata trovata su Google e i genitori non mi hanno creduto quando gli ho scritto: ‘Sono James Blunt, vorrei usare la foto della vostra bimba per il mio album“, racconta ridendo) ammiccano a una diversa leggerezza.

So bene che le case discografiche mi chiederanno conto delle vendite, ma non esiste l’assoluto – spiega Blunt a Milano per la promozione dell’album -: mentre in Brasile e Argentina Same mistakes è arrivata al numero uno, negli Usa è considerata una canzone di scarso successo. Per me è importante fare un album rispondente a ciò che sento nella mente e nel cuore e non alla immagine romantica che gli altri hanno di me. Ma visto che è difficile cercare di cambiare le percezioni della gente io non me ne preoccupo”.

Some Kind of trouble è l’album dell’ottimismo, della svolta, della libertà e dell’upbeat (termine che in inglese ha il doppio significato di allegro e ritmato, ndr) – spiega l’ex militare dell’esercito britannico con un’esperienza in Kosovo -. Il primo lavoro era abbastanza ingenuo, il secondo è stato una reazione al successo di quell’esordio. Le canzoni di quest’ultimo album, invece, sono quelle che vorrei sempre scrivere ed ascoltare”.

Ciò non significa che rinnego tormentoni come You’re Beautiful che sarò entusiasta di cantare insieme con il mio pubblico – sottolinea però -. Ma scrivere le nuove canzoni è stato come riscoprire l’innocenza di un adolescente che, per esempio, prende in mano un nuovo strumento e se ne innamora”.

Adesso bisognerà che sia il pubblico ad innamorarsi di questa terza fatica di James Blunt: dieci brani che, a dire il vero, salvi i ritmi più coinvolgenti del singolo Stay the Night già in rotazione nelle radio e nelle tv musicali con tanto di clip girata in California (“Spero che il governatore Schwarzenegger mi chieda di utilizzarlo per promuovere le vacanze nel suo paese”) e di alcuni altri come Dangerous, non si discosta molto nelle sonorità dei primi due album.

Diversi, forse, sono i testi che raggiungono il culmine con No tears, una ballata che parla “delle somme che si tirano in una vita con serenità – racconta Blunt -. So di aver fatto errori nella mia vita e pure di non aver imparato da questi come si dovrebbe ma non ho rimorsi, semmai qualche rimpianto”. No tears è un brano che, senza le ‘convenienze’ del mercato discografico sarebbe potuto essere benissimo il primo singolo. “Non sempre vengono scelte le canzoni migliori – osserva il cantautore -. Del resto se avessi un’emittente radiofonica quello che suonerei sarebbe molto diverso da quello che si ascolta”.

E sarebbe diverso quello che farebbe ascoltare e vedere agli adolescenti ai quali è dedicata la graffiante Superstar. “Se chiedi a un bambino cosa vuole fare ti risponde: essere famoso – osserva Blunt -. Viviamo in una società ossessionata dalla fama che mette su un piedistallo cantanti, attori, calciatori. Quello che invece bisogna dire ai ragazzi che le superstar sono altre: medici, infermiere, insegnanti, chi fa volontariato”.

Sarà per questo che i social network non fanno per lui: “Fb e twitter non mi mettono a mio agio perché non un ego talmente grande da voler dire a tutto il mondo cosa ho mangiato a colazione. E poi mi fa paura sapere che ci sono persone che vogliono sapere tutto questo”.

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Mariella Caruso

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