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Made in Italy, la sliding door di Luciano Liguabue

Made in Italy

Made in Italy

«Ingenuo? Forse un po’. Ma anche se oggi la speranza è un sentimento da sfigati, io non ci rinuncio e, anche a costo di passare per un ingenuo, voglio trasferirla a chi mi ascolta le mie canzoni». Per trasferire la sua speranza nel futuro Luciano Ligabue ha trovato l’espediente del racconto. Stavolta, però, invece di usare la penna o la macchina da presa come gli è capitato di fare in passato, il rocker di Correggio sceglie la via a lui più congeniale: la musica.

Il Liga ha affidato la sua storia a Made in Italy, il suo ventesimo disco, l’undicesimo di inediti, nonché primo concept album cui si è dedicato. «La mia è una dichiarazione di amore frustrato verso l’Italia raccontata attraverso la storia di un personaggio. Non è che sono partito pensando di voler fare un concept album – frena il cantautore -. Solo che a un certo punto, nel buio dei miei pomeriggi a casa, dopo lo spegnimento delle luci dell’ultimo Campovolo, in un flusso creativo ininterrotto, ho cominciato a pensare a Riko diventato il protagonista della mia storia. L’ho immaginato come la persona che sarei diventato se nessuno avesse pagato la produzione del mio primo disco, una specie di me in una vita parallela o in un’altra dimensione spazio-temporale».

Luciano Ligabue (Foto di Iarno Iotti/Ufficio Stampa)

Luciano Ligabue (Foto di Iarno Iotti/Ufficio Stampa)

Il racconto di Ligabue si snoda attraverso 14 pezzi, «che possono vivere anche di vita propria, perché Made in Italy non è come un concept album degli anni ’70 ricco di parti strumentali, ma un composto di canzoni», in cui, spiega il Liga, «mi sono espresso in una condizione di libertà maggiore del solito perché, mandando avanti Riko, non dovevo assomigliare per forza a me stesso. Così mi sono messo a giocare mescolare rock, soul, rithm&blues, reggae, ska e swing. Inoltre ho usato un linguaggio diverso, più esplicito, di cui mi prendo la responsabilità».

L’antefatto del racconto di Made in Italy, oltre alla necessità di Ligabue di non fermarsi mai («La quiete non so cosa sia»), è stato il tour in America, Australia e Medio Oriente. «Dopo un paio di mesi di euforia ho cominciato a sentire nostalgia dell’Italia e dei suoi difetti e ho pensato ai tanti italiani che incontravo nei concerti chiedendomi perché fossero all’estero, e se anche loro provassero la mia stessa nostalgia – rivela Ligabue -. E siccome a me non compete fare cronaca, ho deciso di continuare a raccontare quel sentimento nei confronti di questo Paese così come avevo cominciato a fare con Buonanotte all’Italia».

Ecco, quindi, la genesi della storia di Riko, «diminuitivo di Riccardo che è il mio secondo nome», che è quella di «un uomo sposatosi troppo presto», (Mi chiamano tutti Riko), «in cerca di una via d’uscita anche momentanea», (È venerdì, non mi rompete i coglioni), «frustrato dalla vita» (Vittime e complici), «incazzato perché le banche hanno vinto» (G come giungla), «che però ha avuto la possibilità di credere in un mondo diverso» (Ho fatto in tempo ad avere un futuro). «Il finale, però – continua il Liga – dice che la prima rivoluzione di cui ci dobbiamo occupare è quella che riguarda noi stessi» (Un’altra realtà). Non prima di aver preso manganellate a una manifestazione (L’occhio del ciclone), avere avuto un’effimera celebrità (I miei quindici minuti) ed essere tornato a parlare con la moglie con la quale parte per una seconda luna di miele in Italia (Made in Italy).

Luciano Ligabue (Foto Toni Thorimbert/Ufficio Stampa)

Luciano Ligabue (Foto Toni Thorimbert/Ufficio Stampa)

Se la giungla di Riko è la rabbia contro il sistema, qual è la giungla di Ligabue? «Non ci ho mai pensato. Le mie simpatie sono note, ho sempre creduto che la politica potesse modellare il mondo diminuendo la forbice tra ricchi e poveri – riflette -. Per me il fatto che siano in pochi a detenere la ricchezza e i poveri siano sempre più poveri è il fallimento di una società». Adesso Made in Italy, il cui “making of” è il soggetto di un documentario dovrà passare al vaglio dei fan. «Non so prenderanno quest’album – ammette -. So che c’è un cambiamento notevole, se non piacerà ci resterò male». La riprova sarà nei palazzetti dove, rivela Ligabue, «faremo l’album per intero nell’ordine delle canzoni. L’unico dubbio è se farlo tutto di seguito o spezzettarlo perché voglio far contento chi viene a vedermi». Ciò non toglie che la struttura di Made in Italy, che Ligabue ha fatto intendere potrebbe avere un seguito, è perfetta per un musical. Chissà che Maioli , storico produttore di Ligabue, non cominci a pensarci su…

di Mariella Caruso

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