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L’iridato di spada Paolo Pizzo urla al mondo. E alla sua Catania dice…

 
La cosa che mi piace di più del mio lavoro è andare in giro a incontrare gente e ascoltare le loro storie. Tutti ne hanno una da raccontare. Il guaio nel mio mestiere è doversi ingabbiare nelle misure. Naturalmente sacrosanto. Non si può scrivere oltre gli spazi fisici di un cartaceo. Ho passato tanto tempo a spiegarlo ai bambini delle scuole che aderivano al NewspaperGame, divertente e istruttivo esercizio di una vita fa. Per fortuna c’è il web. Spazi infiniti nel quale scrivere e raccontare quanto si vuole… in barba – per quanto mi riguarda – alle regole (dicono) fondamentali del web: post brevi, parole mirate perfette per i motori di ricerca e argomenti che le includano.
 
Naturalmente io me ne infischio e racconto le mie storie e i personaggi che ho incontrato. Questa è l’intervista a Paolo Pizzo, neo campione del mondo di spada individuale. Già pubblicata in versione cartacea (quindi ridotta) sull’allegato trimestrale de La Sicilia, ‘Eventi’, qui è in versione integrale. Se vi annoia basta un clic per cambiare pagina, sennò buona lettura e un clic su ‘mi piace’ alla fine.
 
Una vita da comprimario a cercare di piazzare stoccate. Fino a un magico pomeriggio di ottobre nella sua Catania, della quale ha baciato la terra, che l’ha incoronato Campione del Mondo di spada individuale. Bastano due righe per riassumere la storia sportiva di Paolo Pizzo, neo iridato di spada. Non basterà questa intervista, invece, per conoscere davvero questo 28enne nato in una famiglia della Catania sportiva, che ha sconfitto un cancro a 13 anni, è cresciuto in palestra e adesso vuole mordere il mondo.
Chi è Paolo Pizzo? Descriviti con due parole.
«Un lottatore e un sognatore. Bisogna avere grandi obiettivi nella vita, dare tutto quello si può e avere la coscienza di aver tutto il possibile per raggiungerli. Poi se non ci si riesce si va avanti. Ma sognare non costa nulla e dare tutto quanto possibile nemmeno. Sia lottare sia sognare è gratis».
Quanto ti aspettavi di riuscire a vincere questa medaglia d’oro?
«Molto sinceramente… poco. E’ stata una sorpresa anche per me. Io sono molto concreto, so che le gare della mia specialità sono sempre molto complesse, c’è molta più possibilità di perdere che di vincere, anche se si è in giornata. Considero questa vittoria un exploit, arrivato un passo alla volta, assalto per assalto. Forse nemmeno adesso mi rendo conto bene di quello che sono riuscito a fare».
 
C’è stato un momento durante quella gara in cui hai capito concretamente che potevi farcela?
«Soltanto quando ho messo a segno la stoccata del 14-13. Nella spada si vince a 15 e io mi sono sentito veramente a un passo. A quel punto ero molto sicuro che nessuno avrebbe potuto battermi e togliermi la vittoria. Tutte le sicurezze che avevo tenuto nascoste per anni sono venute fuori tutte insieme: la stoccata numero 15 è stata perfetta».
Tu la consideri perfetta ma, in generale, c’è chi definisce ‘goffo’ il tuo modo di battagliare…
«Beh… perché no. L’importante è che alla fine venga fuori la parola battaglia. Bisogna metterci l’anima, quindi chiunque può chiamare come vuole il mio modo di combattere. L’importante è che dia dei frutti».
Tu, invece, come definiresti il tuo modo di combattere?
«Sicuramente atipico».
Quanto devi al tuo maestro russo, Oleg Pouzanov?
«Tecnicamente tutto. Lavoro con lui da quattro anni e miglioro giorno per giorno. Anche umanamente. E’ una persona che, come me, basa la sua vita sul lavoro, sui sacrifici, sulla fatica giornaliera. Io lo rispetto, ho una grande fiducia in lui e lo seguo ciecamente».
Qual è il punto d’incontro nella vita tra un russo e un siciliano?
«Dovremmo essere agli opposti, ma al contrario siamo molto simili. Come me, diventa un automa quando c’è da lavorare per sciogliersi nei momenti di tempo libero. Si può essere guasconi fuori dalla palestra ma lavorare duro dentro. Lui è come me. Entrambi non sopportiamo i soprusi, le ingiustizie. Lui è sempre lì a dirmi di tenere duro, di non farmi abbattere. Subito dopo la vittoria in finale è venuto a dirmi: ‘Non è ancora il momento di festeggiare’, perché lui pensa alle Olimpiadi».
 
 
Una delle più belle immagini della tua vittoria è il bacio alla tua terra dopo la vittoria…
«Ogni italiano che lascia la propria regione per trasferirsi per i motivi più disparati, è difficile che non pensi ogni giorno alla sua terra. Per me non è diverso. Me ne sono andato da Catania e ogni giorno, nonostante faccia qualcosa di bellissimo visto che non me ne sono certo a lavorare in fabbrica, penso ogni giorno alla mia terra, alla mia famiglia, ai miei amici. Quel gesto è stato un ringraziamento per la mia città che mi ha cambiato la vita in una giornata che resterà indimenticabile. Io ho vissuto delle sensazioni che sono impossibili da descrivere: dopo vent’anni di carriera e tornei giocati in tutte le palestre del mondo mi sono ritrovato a vincere a casa mia…».
Qual è il tuo rapporto con Catania? Perché te ne sei andato?
«Sono andato via per amore e per motivi tecnici. Avevo conosciuto una ragazza dalla quale, poi, mi sono separato tre settimane prima dei Mondiali e poi, tecnicamente, non ero più soddisfatto del mio allenatore Mimmo Sperlinga. Catania rimane la mia città nella quale torno volentieri ogni volta che posso. E’ indubbio, però, che vivendo lontano al ritorno mi saltano all’occhio i problemi che non mi metto qui ad elencare».
Se dovessi tornare e ti dessero la possibilità di cambiare qualcosa, da dove partiresti?
«Eliminerei la mafia, l’ignoranza, la sporcizia, l’inciviltà. Cercherei di far capire l’importanza del rispetto delle regole. Catania si crede una città europea, ma non lo è pur avendo delle risorse che, obiettivamente, non ha alcuno. La Sicilia è una terra martoriata ma unica».
Quindi tu, prima o poi, tornerai a Catania?
«Non sai mai dove ti portano le strade che percorri. Chissà che tra vent’anni non possa essere assessore allo sport a Catania o allenatore della Nazionale di scherma».
Credi molto nel destino…
«Ormai sì, dopo la vittoria a Catania sono convinto che tutte le strade sanno già dove incontrarsi».
Il destino ti ha messo di fronte anche a un tumore quando avevi ancora tredici anni…
«Ricordo benissimo quel periodo come fosse ieri: rimangono le sensazione di una cosa che, fortunatamente, ha avuto un lieto fine e che posso raccontare con un sorriso».
Hai rischiato, però, di smettere con lo sport?
«I medici nel post operatorio erano dubbiosi perché il mio sport è di combattimento. Ma, dopo un paio di mesi ho avuto il via libera».
Oltre la scherma hai giocato a calcio e, naturalmente, giocato a pallavolo che è legata a doppia mandata alla storia della tua famiglia che a Catania, e non solo, fa parte della storia della pallavolo femminile.
«Ero più piccolo io della palla quando ho cominciato con il minivolley. Mi è servito a crescere in un ambiente sano perché lo sport ha sempre rappresentato un valore positivo. Sono cresciuto con il concetto del rispetto per l’altro».
Ti abbiamo visto a San Siro. Sei un tifoso di calcio?
«Tifo Catania e Milan allo stesso modo. Nelle sfide dirette mi auguro sempre un pari. Alla gara d’andata di San Siro mi ha invitato il Milan che ha vinto 4-0, spero m’inviti il Catania a campi invertiti e che, stavolta, io possa portare bene agli etnei. Dal Catania Calcio non ho ancora avuto riscontri».
In che senso?
«Il Milan sapendo che ero tifoso mi ha contattato per i complimenti. Il Catania Calcio no. In generale da Catania, però, mi sono arrivati infiniti messaggi da parte di chiunque. Alcuni molto commoventi. A Catania spesso è difficile respirare aria positiva. Mi piace essere considerato l’esempio di uno che ce l’ha fatta senza inciuci o spallate di alcun genere».
Politicamente sei attento a quello che accade in Italia?
«Sì e se c’è una cosa che posso dire e che detesto la Lega Nord. Da catanese e da Nazionale azzurro penso sia un delitto voler mettere contro due anime di uno stesso Paese. Mi sembra bello che nel nuovo Governo Monti ci sia un ministero della Coesione territoriale piuttosto che quello del Federalismo. Nella Nazionale di scherma, per fortuna, a parte gli sfottò tra di noi delle differenze territoriali non c’è traccia».
In queste settimane tu stai ricevendo premi in Italia e in Europa…
«E’ vero e sono felice di questo, si tratta però di premi simbolici. In questo momento, mi servirebbero anche aiuti, qualche sponsor per arrivare a fine mese senza dover controllare costantemente il conto per paura di andare in rosso, ma nessuno si è avvicinato. Io non posso nemmeno permettermi di acquistare un auto. Fino a qualche anno fa io partecipavo alle gare pagandomi le spese perché non ero tra i convocati azzurri e approfittavo dei posti riservati all’Italia».
Hai detto che vinci quando ti capita qualcosa di poco piacevole. Prima dei Mondiali di Catania hai rotto con la tua fidanzata. A cosa saresti disposto a sopportare pur di vincere alle Olimpiadi di Londra?
«Intanto direi che cerco un’altra fidanzata, mediterranea e sportiva. Per rispondere all’altra domanda ci penso un po’… ho ancora tempo prima di Londra».

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Mariella Caruso

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