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La piazza virtuale dove lavare i panni sporchi



Accuse senza denunce. Condanne senza contraddittorio. Fatti che, se accertati sarebbero gravissimi, dati in pasto all’agorà virtuale di Facebook. Una storia (forse) di violenza domestica. Una storia, senza alcun dubbio, di ordinaria follia. La storia di un uomo e di una donna. Entrambi, in qualche modo e in qualche “mondo”, famosi. Lui, cantante, che picchierebbe lei al punto da farle perdere il figlio che porta in grembo. Lei, visual artist, che documenterebbe tutto con fotografie, compresa quella che ritrarebbe il feto abortito e, dopo venti giorni di riflessione, decide, non di denunciare i fatti alla polizia, ma di pubblicare tutto su Facebook per, usando le parole che lei stessa ha scelto, aiutarlo «a fare un upgrade», a «diventare finalmente un uomo».

Naturalmente il condizionale è d’obbligo. Più che mai in una storia come questa che rimane pericolosamente in bilico tra il voyeurismo mediatico e la denuncia “sociale”. Non legale. Sociale, appunto. Tra virgolette. Perché parliamo di socialità virtuale, quella nella quale tutti sono autorizzati a farsi i fatti degli altri se, è bene sottolinearlo, questi altri decidano di renderli pubblici.
La storia è nota sin dal tardo pomeriggio di venerdì. E’ quella nefasta (in ogni caso e qualunque sia la verità che sarà appurata in altre sedi) di Anna Laura Millacci e Massimo Di Cataldo, compagni (o forse ex) nella vita, genitori di una bimba di quattro anni, che stanno lavando nella piazza globale e virtuale quei panni sporchi che, invece, avrebbero meritato luoghi diversi e più ufficiali della “famiglia” del detto popolare. Ma tant’è.


Anche lui, il cantante non più famoso come un tempo, ha deciso di utilizzare Facebook per dire la sua. Si è detto «scioccato», ha scritto di stare «prendendo provvedimenti legali per la grave accusa» subita e, ironia involontaria, ha scritto che «una storia come questa dovrebbe far considerare quanto meno l’utilizzo spregiudicato dei “social network”». Forse dimenticando che in un social network stava postando lo sfogo che, alle 19.40 di ieri, aveva già 879 commenti contro le 970 condivisioni del post di denuncia della compagna.


Va da sé che il dibattito è acceso. Un dibattito che va diretto alla pancia di quell’enorme tentacolare piovra che è l’opinione (virtuale) pubblica. Ci sono i fan schierati dalla parte del cantante pronti a denunciare «accuse strumentali» e a difenderlo a spada tratta contro quelle che definiscono ingiurie. C’è chi lo invita a vergognarsi e chi a picchiarla ancora. Sulla bacheca della visual artist i commenti sono quasi tutti a favore della donna, ma tra chi scrive, se in molti le chiedono il perché non l’abbia denunciato, altrettanti invitano a non sottovalutare «la capacità dei social media di portare alla luce le violenze che accadono tra le mura domestiche».


La polemica continua. Insieme alle riflessioni. Sul “giornalismo emotivo”, per esempio. Quello che, scrive il direttore della scuola di giornalismo della Luiss di Roma, non si cura più delle regole fondamentali della verifica e rischia di cadere in «trappole mediatiche». Quelle che i professionisti dell’informazione dovrebbero evitare, ma che i social network alimentano. E che resteranno un pericoloso “buco nero”, perché il confine tra gossip e informazione è sempre più labile.


Twitter @mariellacaruso
(Commento pubblicato su La Sicilia del 21 luglio 2013)

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Mariella Caruso

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