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La libertà di essere George Michael

George Michael (Foto Ufficio Stampa)Ripreso da lontano, mentre al di là di una finestra pigia i tasti di una macchina da scrivere nella sua casa di Highgate a Londra. È questa la prima immagine in cui George Michael fa intuire la sua presenza in George Michael: Freedom, documentario al quale il cantautore di Faith e Jesus to a child lavorò fino a tre giorni prima del Natale del 2016, il giorno della sua morte. Diretto dallo stesso Michael con l’amico e manager David Austin, il documentario prodotto da Sony Music con Bbc Worldwide e Channel 4, è andato in onda in esclusiva italiana sabato 21 ottobre in prima serata su Sky Arte, all’indomani della ripubblicazione di Listen without prejudice – Vol. 1 (in cofanetto con l’MTV Unplugged del 1996 rimasterizzato e la b-side Fantasy remixata da Nile Rodgers), il secondo disco da solista di George Michael che fu l’album della svolta per l’ex Wham che oggi avrebbe avuto 54 anni.

Il documentario, che emoziona chi è cresciuto con la colonna sonora delle hit di George Michael (e che dovrebbe essere visto da ogni concorrente di talent desideroso di intraprendere la strada del successo) era già stato concepito dal cantante per accompagnare la ripubblicazione di quel disco perché, in qualche modo, ne rappresenta la genesi. Un racconto che corre tra luci e ombre lungo quella linea rossa del successo planetario di un artista che nel 1990, con Listen without prejudice – Vol. 1, decise di fare un passo indietro e di mettere al centro la sua musica e non la sua immagine.

Emoziona ascoltare dalla stessa voce di George Michael il racconto che, ironia della sorte, è diventato un bilancio definitivo della propria vita. Dagli esordi con i Wham alla carriera da solista. «Non avrei mai immaginato di poter essere più grande dei Wham», dice commentando il successo di Faith e il suo essere diventato nel 1988 il numero uno al mondo. Un successo che rischiò di portarlo negli abissi. Il suo calarsi nel personaggio di Faith con occhiali da sole e giacca da motociclista – che poi avrebbe simbolicamente bruciato tre anni dopo nel video di Freedom! 90 nel quale in sua vece apparirono le top model Naomi Campbell, Linda Evangelista, Christy Turlington, Tatjana Patitz e Cindy Crawford – lo rese fragile.

«Penso che la mia mancanza di equilibrio mentale fosse evidente, la musica era diventata un’amante dispotica e io volevo saltare giù dalla giostra. Dieci mesi di quella vita mi avevano portato al limite, ero rimasto solo con la mia linea rossa. A Pensacola nell’ottobre 1988, ultima tappa del Faith Live Tour cantai Careless Wisperer con le lacrime agli occhi perché sapevo che finalmente era finito», spiega nel documentario. Tre anni più tardi, dopo le contestazioni da parte della comunità nera del soul e dell’r&b per il premio a Faith, arrivò Listen without prejudice – Vol. 1, con cui George Michael diede centralità alla sua musica, scomparendo dietro di essa. Questo indignò non poco i dirigenti della Sony che non ammisero il suo volersi mettere da parte e, nonostante la maturità dei suoni che nel documentario sono testimoniati da Elton John, Stevie Wonder, Mary J Blige e Mark Ronson e Liam Gallagher, la casa discografica non si arrende ai desideri di George Michael e la lotta, anni dopo, finisce in tribunale con il cantautore che vede soccombere le sue ragioni.

George Michael (Ufficio Stampa)

George Michael (Ufficio Stampa)

Nel documentario c’è spazio anche per l’amore, per il coming out, la paura e quel tributo a Freddie Mercury nel concerto del 1992 che, da adesso, i fan di George Michael non potranno guardare con gli stessi occhi. Nel 1991 al “Rock in Rio” («Ci andai solo perché non ero mai stato in Brasile e volevo vederlo») Michael conosce Anselmo Feleppa e se ne innamora. «Con Anselmo passai sei mesi stupendi, avevo aspettato tutta la vita qualcuno che mi amasse in quel modo», racconta. Ma l’Aids incombeva su quel rapporto. «Anselmo prese un’influenza che non passava più, poi spuntarono delle macchie sul petto. Quello del 1991 fu il Natale più oscuro e spaventoso della mia vita: Anselmo era a casa per i test e io a tavola con la mia famiglia che non sapeva nulla di lui – ricorda -. Quando cantai Somebody to love al tributo per Freddie dentro di me mi sentivo morire: ero sopraffatto dalla tristezza del cantare le canzoni di un uomo che veneravo e che era morto in un modo che il mio primo grande amore avrebbe potuto sperimentato di lì a poco. La performance forse più famosa della mia carriera è stata cantare per il mio amore che stava morendo». Feleppa viene, però, ricordato da George Michael nel documentario come «il mio salvatore», colui che gli diede la forza di ribellarsi al sistema e di lottare per «non essere più una merce».

Dalla morte di Feleppa nel 1993 a Older, il successivo disco (pubblicato dalla Dreamwork Record che aveva comprato il contratto di Michael dalla Sony) passarono tre anni. Lì c’è l’elaborazione del lutto di Feleppa in Jesus to a child, e della madre di George che nel frattempo era morta di tumore, il   coming out che è un’altra tappa fondamentale del documentario che non esce mai fuori dai binari rimanendo un racconto intimo, personale, appassionato e malinconico in quella chiusura con uno spezzone di un’intervista giovanile. «Per cosa voglio essere ricordato? Per la mia musica, il glamour, le mie canzoni e per essere stato una persona integra».

Mariella Caruso

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