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Il fenomeno Peppa Pig invade televisione, cinema e teatri. Vip e intellettuali si adeguano


Il discrimine è l’avere a che fare con bambini che non abbiano ancora compiuto i 6 anni. Per chi ha figli o nipoti in età prescolare che girano per casa è impossibile non essere incappati in Peppa Pig, il cartone più cool della televisione per i più piccoli. È il rosa il colore simbolo della famiglia di maiali antropomorfi più conosciuta del piccolo schermo. Ci sono Peppa e George, i due piccoli di famiglia; ci sono papà Pig, in sovrappeso, che si occupa anche delle faccende domestiche e mamma Pig che lavora da casa collegandosi col computer. Ci sono nonni, zii e cugini Pig e altre famiglie di amici di altri specie animali compresa mamma Coniglio che svolge una miriade di lavori e non si capisce bene se sia la prima precaria dei cartoni o, come ironicamente ha scritto l’autore del blog Vita da papà, un esempio di sdoganamento «della criminalità organizzata, con messaggi subliminali che approvano i peggiori sistemi di intimidazione». 

Dietro i personaggi, nati nel 2004 dalla matita di Phil Davies, Neville Astely e Mark Baker, non c’è soltanto un cartone animato che incolla davanti alla tv i bimbi di 180 paesi nel mondo, compresi quelli italiani che lo guardano attraverso gli schermi di Rai Yo Yo e Disney Channel, ma un fenomeno globale da 120 milioni di euro di business tra marketing e altro. Un fenomeno al quale, come al solito, l’Italia si è accodata in ritardo. Seppur in maniera decisamente virulenta. Quando nel 2010 in Inghilterra il fenomeno Peppa Pig arrivava al suo culmine, con tanto di storia della sua nascita e di suoi autori raccontata niente poco di meno che dal Financial Times, in Italia esordiva la prima serie degli episodi di 5’ aperti e chiusi da una sigla tormentone che in due fine settimana di gennaio si sentirà anche nelle sale cinematografiche designate pronte a proiettare (scusate il termine ormai desueto) “Peppa, vacanze al sole e altre storie”, lungometraggio di 50 minuti che mette insieme i primi dieci episodi della nuova serie, la sesta. Dopo i cinema, poi, sarà la volta dei teatri con l’arrivo in Italia del musical tratto dai cartoni che impazza da tre anni in Inghilterra con Peppa e la sua famiglia che grugniranno (lo fanno anche nei cartoon), si rotoleranno nel fango e canteranno canzoncine. E c’è da scommettere che sarà un successo, visti i 5 milioni di libri e i 400mila dvd già venduti in Italia

Follia collettiva? Niente affatto. Solo l’amplificazione di un fenomeno che attraversa trasversalmente grandi e piccoli, vip e gente comune. Digitare la parola Peppa sulla barra di ricerca di Twitter è un viaggio nella quintessenza del fenomeno: caratteri cirillici, spagnolo, inglese si mescolano in un irresistibile crogiuolo di lingue. Ovviamente non i bambini a twittare, ma adulti autori di messaggi del tipo «A Peppa Pig in every one…» o «Il cameriere che poggia un piatto di prosciutto e dice: “ti ho portato Peppa Pig” #cometraumatizzareunbimbo» con tanto di foto allegata di un bimbo con la testa nascosta sotto il tavolo. 

Anche giornalisti, blogger e scrittori si sono esercitati nell’analizzare il fenomeno Peppa Pig. Se in Inghilterra il Daily Telegraph e il Guardian si accapigliano, più o meno ironicamente, sul neo femminismo di mamma Pig, in Italia Massimo Gramellini sul sito di Vanity Fair si produce in un elzeviro che si chiude con gli auguri per un 2014 «pieno di rotolate nel fango a tutti noi porcellini» perché «l’universo di Peppa è come la vita dovrebbe essere». Non sono d’accordo con lui gli animalisti dell’Aidaa, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente, che hanno invitato «i genitori a spegnere la televisione o cambiare canale tutti i giorni quando sugli schermi appare il cartone animato Peppa Pig» e i network a non trasmettere il cartone cult per i bambini. Il motivo? La sorte reale degli animali che i bambini immaginano vivano una vita soddisfatta. «Peppa Pig e tutti gli altri cartoni animati che fanno vedere gli animali felici – ha spiegato il presidente nazionale dell’Aidaa, Lorenzo Croce – distorcono brutalmente la realtà in merito alla sorte reale che tocca quotidianamente a milioni di maiali, mucche, oche e anatre e topi ed altri animali che sullo schermo appaiono come animali che vivono felicemente, mentre quelli veri, le vere Peppa Pig, sono costrette a vivere in allevamenti intensivi ed uccise in maniera brutale per l’alimentazione umana». 

Tutto vero, se non ci fosse nell’appello quel pizzico di strumentalizzazione instillata dal grande successo di Peppa Pig e della sua famiglia che, sarà pure pedante per gli adulti con quelle sue ripetizioni che piacciono tanto ai bambini e con la sua sigletta, ma che (marketing a parte) porge ai bambini temi come l’importanza del riciclo, dell’ecologia e tanti altri concetti con quel linguaggio semplice ed efficace che fa ridere i più piccoli.

Pubblicato (più o meno similmente) su La Sicilia del 5 gennaio 2014
Twitter @mariellacaruso @volevofare

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Mariella Caruso

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