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“Gabbiano d’argento”, la strana origine di un nome leggendario nella storia del volley


I ragazzi della nazionale azzurra di pallavolo maschile si erano già messi al collo la medaglia d’argento mondiale quando, nel 1978, venne forgiato l’appellativo ‘Gabbiano d’argento’. Nome che, da quel momento in poi, avrebbe identificato per sempre il primo sestetto vincente della storia del volley italiano: il regista Giulio Berruti doveva completare il documentario (girato in 16 mm con l’offerta del negativo da parte della Kodak) sul primo Campionato Mondiale organizzato in Italia e trovargli un titolo.

Le ultime scene, in omaggio a Carmelo Pittera, il tecnico di quella Nazionale andò a girarle a Catania, tra piazza Europa e il borgo di San Giovanni Li Cuti. «Quel giorno i gabbiani volteggiavano sul mare, così la nazionale diventò il ‘Gabbiano d’Argento’», ricorda proprio Carmelo Pittera, per tutti il Professore. Il suo Mondiale era cominciato qualche mese prima con una telefonata di Gianfranco Briani, l’allora presidente della Federvolley.

«’Vieni a Roma che devo parlarti’ mi disse Briani. Io capii subito che voleva affidarmi la Nazionale e non ci pensai due volte ad accettare», ricorda il Professore che alla guida della Paoletti Catania aveva appena conquistato il primo (e fin qui unico) scudetto siciliano seniores del volley maschile.

Lei, in quel momento, decise di affidarsi al blocco etneo.
«In realtà in Federazione non pensavano che io avrei scelto così tanti dei miei atleti. Nessuno però si lamentò, né prima né dopo della presenza di Greco, Toni, Scilipoti, Nassi, Cirota e Concetti. In quel momento la Paoletti era l’unica società che proponeva due allenamenti giornalieri e si avvaleva della consulenza del prof. Carmelo Bosco. Tutte cose che, allora, io portai in Nazionale».

Quando cominciò a pensare che sareste arrivati in finale?
«All’inizio non mi ponevo il problema. Però dopo la prima partita mi convinsi che avremmo potuto lottare per il titolo».

Però arrivo solo l’argento dopo la sconfitta in finale con l’Unione Sovietica.
«Quella partita fu gestita male da parte di tutti, me compreso. Arrivammo in finale già appagati, l’argento era già inimmaginabile, eravamo già in cielo a volare e non c’era più la fame per arrivare in alto».

Trentadue anni dopo il Mondiale torna in Italia dopo anni di vacche magre che hanno seguito gli anni della ‘Generazione dei fenomeni’ quando gli azzurri hanno vinto tutto, Olimpiadi escluse
«Bisogna sempre chiedersi perché si vince, ancora più di quando si perde. Dopo i Mondiali del ’78, per esempio, con il professor Skiba cominciammo a lavorare alla selezione di una nuova generazione di atleti che, nel tempo, diventarono i ‘fenomeni’ che tutti abbiamo conosciuto».

Perché adesso si vince di meno? Secondo lei c’entrano i tanti stranieri che hanno invaso il campionato italiano?
«La pallavolo moderna si è fatta prendere troppo la mano dalla specializzazione, da sistemi di gioco considerati avanzati. Manca la tecnica di base e gli allenatori prediligono l’allenamento fisico. Tempo fa si preferiva esprimere la potenza attraverso le altissime qualità tecniche».

Che risultato si aspetta dal prossimo Campionato Mondiale?
«Come tifoso il meglio possibile: per la nostra Nazionale e per dare una spinta ai programmi federali che sono di nuovo orientati ai giovani. Già qualcuno è venuto fuori ma c’è ancora bisogno di tempo per creare un altro ciclo».

Questo significa che un eventuale risultato ‘negativo’ non dovrà preoccupare?
«Sicuramente, anche perché nel 2012 ci saranno le Olimpiadi di Londra».

Un titolo mai vinto dall’Italia del volley nemmeno nei tempi d’oro…
«Per vincere ci vogliono tanti anni di lavoro ma anche la giusta dose di fortuna».

Cosa pensa di Anastasi che, in qualche modo, ha raccolto il suo testimone come allenatore nel Mondiale casalingo?
«Ripeto che guarderò il Mondiale da tifoso e non discuto né i suoi pregi, né i suoi difetti. Faccio il tifo per lui e spero che arrivi una medaglia».

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Mariella Caruso

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